Critica

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MAURIZIO D’AGOSTINI: LA SAGA DELL’ESISTENZA

Come l’onda che tenta di creare un’immagine duratura di sé, ripetendosi nell’onda successiva, così tutta la vita dello scultore. 

Arturo Martini

“Io ho sempre lavorato attorno a tutto ciò che mi piaceva, a quello che ho vissuto. E alla fine le mie cose sono tutte in positivo…”.

In questa frase di Maurizio D’Agostini non solo si coglie l’atteggiamento di fondo che muove l’autore nel concepimento delle sue opere, ma emerge con chiarezza l’aspetto fondamentale della sua libertà espressiva. Una libertà nient’affatto semplice per uno scultore che abbia operato nell’ultimo ventennio del Novecento. 

Un secolo iniziato con l’esplosione dinamica di Umberto Boccioni e del futurismo da un lato e con la lezione quasi soprannaturale di Constantin Brancusi dall’altra, fuori dal tempo e dallo spazio, dai luoghi precisi. Tra i due poli l’eclettismo poliglotta di Pablo Picasso, che, seppur considerato soprattutto per il suo apporto decisivo in pittura, ha saputo tratteggiare con altrettanta visionarietà una serie importante di varianti all’interno della scultura, impiegando tutto quel che riusciva a raccattare e reinventandolo in funzione plastica.

Maurizio D’Agostini nasce scultore, nel senso antropologico del termine. I suoi inizi da incisore e la sua costante fascinazione per la materia, dal metallo al bronzo, dall’argilla alla pietra, narrano di un artista che pensa attraverso la scultura, che vive plasmando il mondo che ha pensato passando la vita di ogni giorno, sognando ciò che ha solo immaginato. Vita vissuta e sogno poi s’intrecciano, si plasmano tra loro e, a loro volta, rinascono pietra, argilla, metallo, bronzo. Un pensiero che prende corpo attraverso l’uso sapiente delle mani, un’immagine altra che si definisce materializzandosi. 

Una recensione del 1997 di Stefano Ferrio accennava alla “benedetta innocenza” contenuta nell’opera di D’Agostini. In questo senso, il mondo dell’artista nasce per una vera e propria necessità, per una successione naturale che lo porta a fissare l’attimo della riflessione in materia, per una spontaneità elementare di causa-effetto che gli consente di tranquillizzare la sua visionarietà trasferendola nella scultura.

È un mondo rassicurante, quello di D’Agostini, silenzioso e assorto, senza contrasti visibili: le sue figure sembrano possedere e riflettere intorno una loro certezza, una forza. Oltre il travaglio del quotidiano, le miserie, la violenza, l’affanno. La pulizia e la morbidezza delle forme accompagnano questo intento e lo rendono reale, tangibile.

Anche D’Agostini ha guardato al Novecento. Ha visto Brancusi e il suo sforzo superiore legato allo spirito di una Scultura Assoluta, dove il superfluo descrittivo si riduce al minimo (“Uccello cosmico”, 1998); ha letto Arturo Martini e le sue mirabili descrizioni di vita e natura in terracotta; ha inglobato la vena surreale di Novello Finotti, pur senza assorbirne il versante inquietante e metamorfico. Ma l’artista cui ha guardato più attentamente, obbedendo ai suoi impulsi è stato sicuramente se stesso. 

Quasi tutte le opere in mostra e gran parte di quelle che derivano da questo trentennio sono infatti figlie di quelle piccole sculture realizzate utilizzando i sassi della Brenta alla fine degli anni settanta.

Fin d’allora l’artista in nuce obbediva solo all’istinto, cercava la sua via ascoltandosi. Ebbene in quelle pietre c’è ancora tutto il mondo dell’artista. C’è la semplicità del suo rapporto con la terra che lo vede abitare e lavorare nella casa-atelier di Costozza, sui Colli Berici, “minuscolo borgo immerso nel verde in provincia di Vicenza, ricco di storia e di bellezza”, perfettamente a suo agio tra le cose che conosce, immerso in una natura amica con cui dialoga, protetto da una luce che non tradisce. 

Molto è stato scritto su Maurizio D’Agostini, sulla sua perizia, sulla ricerca di assoluto che sembrerebbe coinvolgere tutto e tutti, sull’altezza degli intenti, cioè su tutto quello cui ogni artista vorrebbe e potrebbe raggiungere. Almeno in teoria. In pratica l’artista non si muove in un terreno brado: la storia incombe sulla sua attendibilità, sulla serietà della sua ricerca. Fare l’artista “fuori”, cioè allo scoperto, non è come scrivere una poesia sul quaderno di scuola. Quello l’abbiamo fatto tutti. Poi ognuno ha scelto la sua strada. Troppo spesso termini come assoluto, poetica, purezza, vengono adoperati nel linguaggio corrente per definire tutto: pubblicità, cinema, società, arte, si svuotano del loro valore intrinseco e finiscono col non significare più nulla. Maurizio D’Agostini deve la sua vena alla sua semplicità, all’urgenza di esprimere un suo mondo, al coraggio di lasciare il certo di una professione per l’incerto di una missione. Il prezzo da pagare è, appunto, l’incertezza, il vantaggio è la libertà, la visibilità, l’orgoglio di esprimere qualcosa di esclusivo. Questo in partenza. Poi viene il rovescio della medaglia. Esporsi ha un prezzo e l’artista viene misurato dalla realtà oggettiva di chi lo ha preceduto e da chi oggi lo affianca. Giudicato dal contemporaneo.

In questo D’Agostini ha una grande fortuna e una grande risorsa.

Dagli anni Ottanta in avanti si è venuta affermando una tendenza pittorica che ha preso piede in modo stabile nell’immaginario collettivo, nel mercato e nella critica. Nella redazione della rivista Frigidaire, attorno a Tanino Liberatore, Andrea Pazienza, Filippo Scòzzari, Stefano Tamburini, veri antesignani del Nuovo Fumetto Italiano, sono venuti affermandosi personalità per così dire “di frontiera”, come Marcello Jori, Massimo Mattioli, Giorgio Carpinteri, che, recuperando un retroterra del tutto nuovo, meno impegnato, molto più diretto e legato ad una tradizione orale, più che letteraria, hanno inventato un nuovo spazio dell’arte, più legato all’esperienza americana della Low Culture. In più, in questi ultimi anni abbiamo assistito al trionfo di un immaginario gotico, di versante onirico e cavalleresco legato alla saga del “Signore degli anelli” del racconto di Tolkien. Nel mondo dell’arte questo evento può essere paragonato all’impatto decisivo che, nei primi anni Sessanta, ebbero in letteratura gli autori della Beat Generation come Ferlinghetti, Kerouac, Ginsberg, Corso, Burroughs. Veniva, di fatto, sostituita la spinta che muoveva l’artista verso l’atto creativo. Non erano più decisive le alte intenzioni legate ai massimi sistemi, alla religione, alla filosofia, bensì la vita di ogni giorno, le letture fatte da bambini (i cartoons), i vizi, le tendenze, le deviazioni, i sogni, i litigi, le paure, le incertezze. 

Maurizio D’Agostini nasce esattamente da questa storia, legata ad un mondo fatto più di sincere e immediate pulsioni che di sovrastrutture culturali, più di intuizioni che di verifiche. In questo senso le sue sculture narrano un mondo sognante anche se ci troviamo sulla soglia della terza guerra mondiale, descrivono volti dalla ineffabile dolcezza che ognuno di noi vorrebbe aver visto almeno una volta nella vita, ma che non sono di questo mondo. È questo mondo, felice di essersi manifestato, che lo ringrazia ogni giorno, che gli evoca e ripete quotidianamente la sua gratitudine per essere emerso, per essersi materializzato, esistere. Lo sguardo al cielo, la purezza, vengono dopo, come attitudine, come memoria di una storia più legata al Graal, ai Cavalieri della Tavola Rotonda, a Lancillotto e Ginevra che alla bomba atomica o allo sterminio di massa. Maurizio D’Agostini traduce nella forma ciò che sogna e che vorrebbe ancor oggi, intento a raccogliere sassi sul greto del suo fiume, verificare nella sua vita e nella vita di tutti, prima fra tutte una figura femminile completa, totalizzante, assoluta. Emergono in questo istante l’immenso amore per l’amata, la cavalleria, il rispetto per l’avversario, la speranza per un futuro migliore. I titoli delle sue sculture li evocano ogni minuto di ogni giorno. “Vestale in riva al mare”, Il Re e la Regina”, “Il sogno del cavaliere”, veleggiano ad un metro di altezza, rassicurandolo e rassicurandoci. Il “Volo cosmico”, il “Viaggio verso l’ignoto”, “La casa dell’anima”, ci sollevano dalla banalità delle giornate, dalla paura del futuro, dalla bruttezza che ci assedia.

Le sculture di D’Agostini sembrano incredibilmente essere nate fuori da questo tempo, prima della politica, prima della televisione, prima del degrado che siamo costretti a guardare senza poter fare nulla. A noi va benissimo così. Saliamo sul veliero del “Navigatore solitario”, ascoltiamo rapiti il “Suonatore del vento”, stiamo in attesa di fronte alla “Regina”, felici che oggi possa esistere ancora un immaginario così, in cui l’individuo, l’artista, è in grado di sovvertire la realtà.

Bastandosi.

Beatrice Buscaroli

Dedicato a Maurizio D’Agostini.

L’anima, lo stupore, la pietà, nella rotazione e nella sfera della vita. Quando i pensieri si incrociano, con il sottile segno della spiritualità è la saggezza, quella sacrale che costituisce le forme di D’Agostini. D’Agostini crea nell’ingegnoso bisogno di regalità, universalità, sacralità. Sono volti intatti dal tempo, ma proiettati quasi nello spazio, quasi sognato dell’indefinito, e nelle sue “creature” c’è sempre la ricerca della rottura con il definito.

Una scultura che ci fa tenere il fiato sospeso su tutti i modi e i mondi possibili di esistere e di essere.

Vera Slepoj

L’astronomo. Un astronomo con gli occhi bendati; una cosa non ordinaria. Per un personaggio che uno immagina assorbito dallo studio del sistema celeste, ovvero dall’osservazione delle stelle, non è una visione grande e perforante il migliore attributo? Ma in fondo, avere gli occhi bendati non significa essere incapace di vedere. Si capisce che il nostro uomo è ben provvisto delle qualità richieste ma che il suo campo di osservazione, oltre la volta stellata, si estende verso mondi interni, i mondi del pensiero, dell’intelletto e più ancora, dell’anima, dell’essere, dell’infinito, dell’eterno… Questi mondi sono così vasti che solo un simbolo può rappresentarli;  questo è il senso nascosto della sfera di marmo esotico posto sulle sue ginocchia.

Vestito con abiti stile “rinascimento”, questo astronomo vive da anni nel parco di una villa savoiarda dove interroga il visitatore con la sua voce sibillina.

E recentemente la sua effigie la troviamo nelle copertine dei libri, perché è diventata il simbolo di una casa editrice francese, “Les Editions de l’Astronome”.

Léo Gantelet